Università Cattolica del Sacro Cuore

Migrations,culture,terrorism and mental health: addressing new challenges in Europe

6U4A
Migrat.cult.terr.and ment.hea.: addres.new chall.in europe
medicina_e_chirurgia
Facoltà di Medicina e Chirurgia
75012
yes
75012
Medicina e Chirurgia











Master di I livello
1032
Master universitario I livello
Roma
2017/2018


In un periodo in cui i movimenti migratori stanno divenendo sempre più importanti e cospicui (i soggiornanti effettivi in Italia nel 2016 sono circa 5.000.000) gli operatori sanitari, ma anche le varie figure che operano nel sociale in senso lato (assistenti sociali, insegnanti, sociologi, etc.) non possono esimersi dal riscoprire l’importanza che la dimensione culturale e l’esperienza migratoria, in un reciproco scambio tra chi accoglie e chi migra, vengono a rivestire un ruolo significativo in quel continuum che partendo dal “normale” vivere quotidiano approda, in alcuni casi, al disagio in senso lato e a quello psichico nello specifico.

È necessario quindi arrivare a formare professionalità “esperte” che, abbandonando punti di vista parziali ed etnocentrici, che scotomizzano le condizioni di origine di chi migra, operino su vari piani di interventi specifici partendo dal presupposto che le migrazioni costituiscono un fenomeno sociale complesso.

“Comprendere” una migrazione significa interrogarsi in modo globale e con metodo interdisciplinare sui suoi processi di origine, stimare le variabili che hanno agito prima dell’emigrazione, che hanno continuato ad agire in forma modificata durante l’immigrazione, che hanno condotto l’emigrato al punto in cui l’operatore lo osserva.

Comprendere la migrazione significa comprendere che essa è un fenomeno che trasforma sia le società di partenza che quelle di arrivo. Comprendere la migrazione significa imparare a guardare il fenomeno dalla parte di chi migra, inteso come soggetto portatore di un vissuto, di una storia e di bisogni, soggetto attivo e non passivo.

“Non esiste follia se non in riferimento ad una ragione” dice Foucault. Non si può prescindere, nel rapporto tra medico e malato, dalle “ragioni” della cultura di quest’ultimo né dal significato che essa attribuisce ai concetti di salute, malattia e cura. A ciò si aggiungono quelle che possono essere considerate le patologie specifiche del migrante, che viene catapultato in un mondo altro e che spesso trova difficoltà nell’adattarsi e nel comprendere le “ragioni” della cultura della società ospite, difficoltà che affondano le radici nel processo di costruzione dell’identità individuale.

Chi parte, e ancor di più quando la partenza è una fuga, è costretto a ricostruirsi non solo una vita ma anche un nuovo progetto esistenziale che possa ridare senso alle cose e permetta di vivere lì dove si è scelto, o meno, di so-stare. Spesso si tratta inoltre di persone che versano in condizioni socio-economiche disagiate e che in alcuni casi provengono da esperienze di guerra, tortura, genocidi. Il viaggio in questo senso non è solo uno spostamento spaziale ma si trasforma in una “migrazione esistenziale”, costringe a valicare quei confini che sono dentro la persona, e si fa origine della trasformazione di un’essenza che non è assoluta ma si radica nell’esser-ci in un tempo e in un luogo determinati. Il viaggio diviene così un simbolo del nostro tempo. In un mondo globale esso non influenza più unicamente il destino del singolo ma coinvolge interi popoli divenendo una determinante fondamentale nella storia del mondo, del pensiero, dell’economia, della stessa scienza. Tanto che anche chi rimane a casa si trova costretto a viaggiare perché entra quotidianamente in contatto con “realtà altre” delle quali spesso partecipa inconsapevolmente o con le quali in qualche modo è costretto a confrontarsi.

Si riversano infatti nei paesi industrializzati, in questo particolare periodo storico che ci troviamo a vivere, fiumi di persone provenienti dai paesi cosiddetti in via di sviluppo. È un rapporto che i più sono impreparati a gestire e che risveglia nell’immaginario collettivo antiche angosce sulla fine della civiltà occidentale. Le Istituzioni, prime fra tutte, hanno pochi strumenti per rapportarsi positivamente con l’altro. Le scuole italiane sono piene di bambini stranieri, per lo più di seconda generazione, che spesso vivono in uno stato di negoziazione continua della propria identità, sforzandosi di crescere tra due mondi: quello di origine delle loro famiglie e quello della società in cui vivono. Si passa spesso da una sorta di esotizzazione del bambino di origine straniera, da una banalizzazione della sua del tutto particolare esperienza di vita, ad una negazione tout court della sua alterità.

È necessaria una trasformazione delle Istituzioni, predisposizioni individuali e di chiunque operi nel sociale e in ambito sanitario al fine di riconoscere la differenza come un arricchimento e per fare in modo che il processo dell’incontro e del dialogo resistano anche agli attacchi del terrorismo il cui scopo sarebbe quello di interromperli favorendo il conflitto.

È necessaria una trasformazione che stimoli le capacità di ascolto e la volontà di mettersi in discussione che ne deriva, accendendo in tal modo una speranza nella possibilità della prevenzione, soprattutto di quei disagi infantili e adolescenziali che vivono spesso i bambini e i ragazzi stranieri e che possono trasformarsi, col tempo, in vere e proprie psicopatologie.

Il rischio che si corre è che il non-nazionale anche nel momento della cura medica divenga oggetto di banalizzazioni e di una medicina che non lo “comprende”. C’è la possibilità che i servizi sanitari siano inadeguati e i medici impreparati e lasciati soli a confrontarsi con le molteplici difficoltà che derivano dal visitare uno “straniero”. In tal modo la promessa di accessibilità rimane allora solo un’intenzione nella maggior parte dei casi, e si rende indispensabile rivedere strategie di lavoro, organizzazione, formazione specialistica e presupposti teorici perché il paziente immigrato si senta nel concreto compreso, accolto e curato.

Si fanno avanti la necessità di preparare in modo specifico gli operatori sanitari e sociali in senso ampio, nonché anche i professionisti della comunicazione e gli opinion-leaders al vero “incontro con l’altro” come, in clinica, la necessità di avvalersi dell’aiuto di mediatori linguistico-culturali che “spieghino” i codici di significato di malati stranieri evitando che comunicazione e comprensione (presupposti fondamentali sia per la formulazione di una diagnosi che per la messa in atto di un percorso di guarigione) tra medico e utente rimangono difficoltose se non, molto spesso ancora purtroppo, impossibili.

L’obiettivo di questo Master è sì quello di co-costruire un progetto di cura ma soprattutto di prevenire il manifestarsi della vulnerabilità, l’emergere dello spaesamento dato dalla crisi della presenza attraverso l’individuazione delle condizioni di stress e della storia personale con lo sguardo rivolto alla “persona” immersa nella sua rete di significato comune e nel proprio sistema di valore.

Il Corso mira a formare figure di alto profilo professionale nello scenario attuale e futuro del contesto nazionale ed internazionale che non solo possano operare sul piano pratico per implementare la salute dei migranti ma che promuovano il dialogo e i processi d’inclusione sociale a ogni livello professionale proprio favorire il benessere individuale e colletivo di culture che comprendono l’importanza dell’incontro con l’altro in termini di realizzazione sostenibile del futuro possibile.

A coloro che avranno ultimato il percorso formativo previsto e superate le relative prove di valutazione (con voto espresso in trentesimi) sarà rilasciato un titolo di Master universitario di primo livello in Migrations, Culture, Terrorism and Mental Health: addressing new challenges in Europe.